Tranquillo amico, non mi hanno ucciso gli indiani. Semplicemente non avevo voglia di scrivere. Sono stanco. L’America è un paese molto diverso rispetto a quello che impari ad amare dalle pagine di un libro di Jack Kerouac o dai versi di un vecchio blues. Solo oggi sono arrivato a Memphis. Ben diciotto giorni di viaggio dalla mia partenza da New Orleans. E’ un paese diffidente quello che ho incontrato in questi giorni sulle strade che separano la città del jazz dalla città del blues. Trovare qualcuno disponibile a darmi un passaggio è stato molto più dura di quanto pensassi. Come mi ha spiegato Ray Coleman, uno sveglio settantenne dell’Illinois che mi ha dato un passaggio fino a qualche miglio da Memphis, per la maggior parte degli americani, il ciglio della strada è solo un posto per puttane. E cani, ha aggiunto. Mi ha detto che in fondo è sempre stato così. “Kerouac ha solo avuto culo”, mi ha detto il vecchio Coleman.
In ogni caso eccomi qui a Memphis. Questa è una città che dovrebbe avere molte storie da raccontare. Da qui sono passati Johnny Cash, Muddy Waters, John Lee Hooker, e “King” Elvis. Come a New Orleans, la musica è in ogni angolo di questa città. Ma non è solo una questione di blues. Memphis è anche la città della vergogna americana. Memphis è ancora sporca del sangue versato sui pavimenti del Lorraine Motel da Martin Luther King il 4 aprile 1968. Non c’è blues che possa rimediare al dolore e alla vergogna di quel giorno.
Avanti Memphis. Raccontami la tua storia. Possibilmente davanti ad una bottiglia di Jack Daniel’s del Tennessee. Mi trovi alla stanza 246, Lorraine Motel.

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